domenica 28 febbraio 2016

Mea culpa



Stamattina, appena sveglia, mi sento assalire da un terribile senso di colpa.
Si, è lui, sempre lo stesso .
Una palla di fuoco che brucia prima dentro la testa, poi dentro il cuore e a scendere.
Ma, stamattina, non mi va di sprofondare in stati pietosi. Provo a ricacciare il senso di colpa negli abissi da dove è affiorato. Il problema è che costui non vuole sapere di andarsene.
E adesso? cosa faccio?

Prendo questa palla, la giro, la guardo da tutte le parti.
Nella sua memoria è incisa ogni singola informazione, da dove viene e per quale motivo mi ha torturato fin'ora.
Fin'ora, dico. Perché, in questo stesso momento, realizzo che Io non sono il mio senso di colpa. Siamo due estranei, completamente.
Sorge la domanda: com'è possibile che un intruso mi abbia condizionato la vita conscia ed inconscia?
Perché sono stata programmata come si fa con un computer.
Sento forte la voce di mia madre e poi, le  tante altre in sottofondo.
Mi hai fatto soffrire.
Siamo figli del peccato. Devi fare dei sacrifici.
Non sei una buona madre. Non sei abbastanza.

Madre. Sono figlia e sono madre. Il più grande tormento che ho riguarda le mie figlie.
In un passaggio veloce rammento tutte le mancanze e sopratutto la più grande, l'assenza nei loro momenti di bisogno.
La palla ringhia soddisfatta, Fiato rovente a due passi dal mio viso.
Faccio in tempo a scansarmi e con un colpo maestro la spacco.
L'interno è incendiare. Nel bel mezzo di tutto sta mandando fiamme la non accettazione di una verità.
Mi sento in colpa perché non ho amato le mie figlie più di me.
Dato autobiografico necessario: sono andata via dal mio paese affidandole al loro padre e alla mia madre, scelta obbligata ma non idonea. Mi sono persa la loro adolescenza e la mia mancata presenza ha generato in loro dolore e traumi.  Successivamente, ho avuto raramente l'occasione di passare del tempo con loro tre, insieme. A fatica, sono  riuscita a ricostruire, a riprendere un flusso continuo e quotidiano della comunicazione al di là della fisicità.
Le punizioni che mi sono auto inflitto inconsapevolmente le capisco ora.
Una sottile forma di auto svalutazione che mi ha fatto rinunciare ad esprimere il potenziale creativo.
E poi, solitudine, tanta solitudine.
Consciamente, l'abnegazione, bisogno di offrire compenso economico.
Sarebbe stato diverso se il padre avrebbe fatto il padre. E tutti gli altri intorno, la famiglia, la società.....?
Ma cosa fai? La faccia non visibile della palla è la rabbia. Lascia andare la rabbia, non serve. come possono aiutare dei poveri inginocchiati sotto immensi sassi?
A vista d'occhio, la palla si sta disintegrando. mentre si fa largo la consapevolezza e la gioia di esistere, senza giudizio.

Chi ci vuole così male da mettere questi macigni su ogni possibilità di evoluzione?
Si può VIVERE con addosso la somma dei sensi di colpa dell'umanità, dai suoi albori, da quando ha sviluppato la psiche ? Con un tumore psichico che paralizza e toglie gli orizzonti?
Se ognuno di noi rinunciasse a crocifiggere la vita, spalmandola sullo stesso suo simbolo, se capisse
che nel sotterraneo le nostre radici s'intrecciano, che ha più senso regalarsi gioia piuttosto che recitare ripiegati mea culpa, un futuro diverso si potrebbe intravvedere.

E' domenica, l'ora dell'Angelus e buona parte del mondo recita mea culpa con la convinzione che sta facendo cosa giusta e gradita. Riprenderanno la giornata con la coscienza pulita e l'inconscio  colmo di spazzatura.
Per me è un giorno qualunque, da riempire di senso e sorriso.

"Mea culpa" per non averlo capito in precedenza.

Gabrielle G.


Roma 28 febbraio 2016




2 commenti:

Tomaso ha detto...

Cara Gabrielle, ho letto attentamente questo post avvincente, e posso solo dirti, brava!!!
Non è facile parlarne, e tu ci sei riuscita pienamente...
Grazie di questo post che pure io ho un po imparato.
Caio e buona domenica cara amica, sempre con un sorriso.
Tomaso

Gabrielle G. ha detto...

Grazie Tomaso. Ti devo dire di quante volte ho pensato di togliere il post? Sono ben decisa di lasciarlo, anzi lo devo correggere. Dovevo parlare al modo concreto, altrimenti sarebbe rimasta una esposizione teorica, un semplice esercizio linguistico e filosofico, privo di vita. Ti ringrazio e non me ne volere se non riesco a passare da te troppo presto. Ti abbraccio.